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Attualità

Nel libro di Avagliano-Palmieri la storia dei militari italiani internati

Scritto da (admin), martedì 29 dicembre 2009 00:00:00

Ultimo aggiornamento martedì 29 dicembre 2009 00:00:00

La storia dimenticata dei 650mila militari italiani internati nei campi di concentramento nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre torna a rivivere attraverso centinaia di lettere e brani di diario inediti, che ricostruiscono giorno per giorno i 20 mesi di sofferenza, fame, freddo e morte nei lager di Hitler. È stato presentato ieri a Cava de’Tirreni, al Club Universitario Cavese, il libro “Gli Internati Militari Italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945” di Mario Avagliano e Marco Palmieri, appena pubblicato da Einaudi. All’incontro hanno partecipato il sindaco di Cava, Luigi Gravagnuolo, il prof. Graziano Palamara dell’Università di Salerno ed uno dei due coautori, il cavese Mario Avagliano.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 centinaia di migliaia di militari italiani furono disarmati dai tedeschi e posti di fronte ad una drammatica scelta: continuare la guerra sotto le insegne nazifasciste o essere deportati nei campi di concentramento? La gran parte di loro - circa 650 mila, tra cui 30mila ufficiali e 200 generali - rifiutarono di continuare a combattere al fianco dei tedeschi e scelsero di non aderire alla Repubblica di Salò. La conseguenza del loro “no” fu la deportazione e l’internamento nei lager nazisti, non come prigionieri di guerra, ma con lo status fino ad allora sconosciuto di IMI, Internati Militari Italiani, voluto da Hitler per sottrarli alla Convenzione di Ginevra e sfruttarli liberamente.

Questa pagina sconosciuta della Seconda Guerra Mondiale, della guerra civile tra italiani tra il 1943 ed il 1945, della Resistenza e della Guerra di liberazione italiana ed europea, è stata a lungo trascurata e dimenticata nel dopoguerra. Ora torna a rivivere in un libro che la ricostruisce e la racconta attraverso la voce e gli occhi dei protagonisti, grazie a centinaia di lettere (sottoposte a censura e talvolta mai recapitate) e diari (spesso clandestini) scritti nei lager in quei drammatici giorni, rimasti fino ad ora inediti e “sepolti” in archivi pubblici, privati e di famiglia.

Il libro “Gli Internati Militari Italiani. Diari e lettere dai lager nazisti 1943-1945” contiene anche gli scritti di diversi internati campani. I diari e le lettere degli IMI, inquadrati da una corposa introduzione storica, sono raccolti in 9 capitoli, dal viaggio in tradotta verso i lager al ritorno a casa dei sopravvissuti, con un’appendice di foto e disegni dai campi. Ne emerge un affresco quanto mai nitido e dettagliato della vita (e della morte) nei campi di concentramento nazisti. Una sorta di storia “dal vivo” ed “in presa diretta” della fame, del freddo, del lavoro coatto, delle violenze, dei crimini di guerra e degli altri avvenimenti che costarono la vita a circa 50mila internati e segnarono per sempre tutti gli altri. Come nel caso del sergente di Avellino Domenico Tulimiero, che il 4 ottobre 1943 rischia la vita sotto un bombardamento e annota nel suo diario: “L’allarme aereo ci sveglia di soprassalto. Scendiamo immediatamente e nel tempo più breve, ma già volteggiano nel cielo gli aerei nemici sotto l’intensa azione dei riflettori e lo scoppiettio dei proiettili della contraerea”. O del tenente salernitano Giuseppe Volpe, che dopo aver resistito ai tedeschi sull’isola di Corfù, viene internato in un lager dove è ridotto a mangiare - come scrive - “la sbobba di cavoli e rape, una fetta di pane con la margarina. Ecco tutto. Dalle 12 in poi sino alle 11 del giorno dopo, un solo pensiero, una sola speranza: che venga presto l’ora delle patate”.

Dagli stratagemmi per aggirare la censura e le riflessioni segrete sui taccuini di fortuna (dalle minuscole agendine tascabili alla carta igienica tenuta insieme con lo spago) emerge, inoltre, come la scelta di non aderire - compiuta in massa da una generazione nata e cresciuta sotto il fascismo - fu un vero atto di resistenza (il segretario del partito comunista Alessandro Natta, ex internato, parlò di “altra resistenza”, ma il suo libro fu rifiutato nel 1954 e pubblicato solo 42 anni dopo da Einaudi), che contribuì al riscatto dell’Italia e degli italiani verso la democrazia e la libertà. Un esempio emblematico è quello del campo di Biala Podlaska in Polonia, dove solo un centinaio di ufficiali decisero di resistere ad oltranza alle durissime condizioni di vita, tra cui il sottotenente napoletano Donato Esposito (al cui diario si deve anche la cronaca dettagliata della battaglia che si svolse intorno al campo di Wietzendorf, dove furono riuniti gli ufficiali italiani nelle ultime fasi della guerra).

In seguito a questa scelta gli IMI andarono incontro - “volontariamente”, come scrisse nel suo diario clandestino Giovannino Guareschi, l’autore di “Don Camillo e Peppone”, all’epoca giovane sottotenente - a 20 mesi di prigionia, lavoro coatto, sofferenze e morte. Altri 200mila (ai quali è dedicato un capitolo) fecero invece la scelta opposta e decisero di aderire alla Repubblica Sociale, per motivazioni ideologiche, ma anche per paura, ricatto, incertezza e confusione. L’esperienza dei lager riguardò (e segnò) anche alcuni tra i più importanti esponenti della cultura, dell’arte, della politica e delle professioni del dopoguerra, di cui nel libro sono contenuti diversi scritti inediti dell’epoca (come l’attore Gianrico Tedeschi, i senatori Paolo Desana e Carmelo Santalco, lo storico Vittorio Emanuele Giuntella, il manager d’industria Silvio Golzio, l’intellettuale cattolico Giuseppe Lazzati, il pittore Antonio Martinetti, il caricaturista Giuseppe Novello, il filosofo Enzo Paci, il musicista Mario Pozzi, gli scrittori Roberto Rebora, Mario Rigoni Stern e Giovannino Guareschi).

Il libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri riporta in piena luce, attraverso gli scritti dei protagonisti, questa pagina importante di storia italiana.

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