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Attualità

Follia ultrà, vittima chiede giustizia

Scritto da (admin), giovedì 22 febbraio 2007 00:00:00

Ultimo aggiornamento giovedì 22 febbraio 2007 00:00:00

«Tornavo a casa da lavoro quando ho incrociato quella banda di teppisti che si è riversata sulla mia auto, per poi aggredirmi brutalmente. Solo un caso ha voluto che non finissi ammazzato. Oggi, dopo quasi 4 anni, non è ancora stata fatta giustizia. Anzi, mi chiedo: la giustizia dov'è?». A parlare è Alfonso Lodato, 45 anni, un lavoro come operaio turnista in una fabbrica di Castel San Giorgio, una moglie, Anna, e due splendidi bambini, e soprattutto nessuna passione per il calcio. «Del pallone so solo che è rotondo - dice - non sono mai stato tifoso di una squadra di calcio».

Eppure, proprio Alfonso è una delle vittime del terribile raid messo a segno a Cava de'Tirreni la sera del 25 novembre 2003 da gruppi di pseudo-tifosi della Nocerina. La sua colpa è di essersi trovato nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Era la vigilia del derby tra Cavese e Nocerina e bande organizzate di teppisti misero a ferro e fuoco la città metelliana. In questi giorni si sta concludendo il processo, che vede imputati 8 minorenni, ed Alfonso Lodato ha deciso di parlare. «Il processo è alla battute finali - spiega - Io sono stato convocato come testimone, ma non sono stato mai ascoltato, forse perché non ho fatto richiesta di risarcimento e non ero assistito da un avvocato. Ma non ci sto. Non posso credere che fra qualche giorno questi stessi giovani che potevano uccidermi non saranno condannati perché minorenni. Con ogni probabilità saranno affidati ai Servizi sociali. In questo modo la violenza nel calcio non sarà mai estirpata, anche perché molti di quei ragazzi giocano in squadre di calcio».

Inizia dalla fine il suo racconto, Alfonso. Troppa è l'amarezza per l'ingiustizia che lui pensa di dover subire. Troppo il rancore per una giustizia che, secondo Alfonso, non tutela i cittadini. «Quella terribile sera stavo tornando da lavoro - racconta Alfonso - All'altezza della stazione, dove c'era a quell'epoca la pompa di benzina, vedo un gruppo di ragazzi a bordo dei motorini. Sulle prime penso a ragazzi che hanno partecipato a qualche festa». Alfonso non sa che dopo pochi giorni c'è in programma il derby e non riconosce neppure i colori delle sciarpe. «Li faccio passare - continua - ma i motorini accostano e sbattono violentemente una mazza sul portellone posteriore della mia Opel Astra e rompono pure lo specchietto».

Alfonso ha lo stereo acceso e non sente le minacce e le parolacce che gli urlano quei teppisti. «Avevo la cintura allacciata e, non appena ho tentato di scendere dall'auto, mi hanno colpito all'orecchio con il casco. Mi hanno fatto volare giù dal naso gli occhiali, mentre uno di loro ha estratto il coltello». È stato allora che si sono udite le sirene della Polizia e dei Carabinieri. «I ragazzi sono scappati. E nessuno dei passanti mi ha dato una mano». Dopo il ricovero al Pronto Soccorso, Alfonso si è recato dai Carabinieri per la denuncia: «Nei giorni successivi al fattaccio ho dovuto assentarmi dal lavoro. Proprio in quelle settimane sono stato chiamato dal Commissariato di Nocera per identificare i miei aggressori, ma era evidente che senza occhiali, e per di più al buio, non ero stato in grado di riconoscere i loro volti».

Alfonso ha deciso di non avviare una causa per il risarcimento danni, ma è stato chiamato come testimone al processo tuttora in corso: «Sulle comunicazione è ben precisato che, se non mi presento in aula, devo pagare una penale di circa 500 euro. Eppure, ormai il processo è alla fine ed io non sono mai stato ascoltato». E precisa: «Gli 8 imputati sono tutti minorenni e molti giocano nelle squadre di calcio. Secondo le ultime indiscrezioni, con ogni probabilità se la caveranno con qualche ora di servizi sociali: è questa la giustizia? Quella sera avrebbero potuto ammazzarmi e purtroppo, se le cose non cambiano, gli stessi fatti potranno ripetersi ancora».

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