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Storia e Storie

Giuseppe Volanti, a 103 anni la memoria nitida degli orrori nei lager nazisti

Scritto da (Redazione), mercoledì 25 aprile 2018 16:36:15

Ultimo aggiornamento mercoledì 25 aprile 2018 16:36:15

di Patrizia Reso

Il 9 aprile scorso ho avuto il piacere e l'onore di stringere la mano a Giuseppe Volanti, carabiniere in congedo, che il prossimo 23 agosto spegnerà centotre (103) candeline.

Il nostro arzillo ultracentenario, prima di offrire le sue confidenze, si è voluto accertare della nostra "preparazione" e, quindi, il primo a porre domande è stato proprio lui: Quanto fa sette per sette? E quarantanove diviso sette? Perché c'è stata la guerra? Conoscete le vere cause della guerra?

Solo dopo le nostre risposte, e dopo aver specificato il folle programma dell'asse Roma-Berlino-Tokio di suddividersi il mondo, il Volenti ha iniziato ad aprirsi, conservando, a dire il vero, qualche titubanza, quasi come se valutasse se ne valesse la pena di trasmettere i suoi ricordi.

Il Volanti prestava, nel 1940, servizio a Sant'Arcangelo, in provincia di Potenza, quando l'intero reparto ricevette l'ordine di mobilitazione generale e convogliare, nel giro di ventiquattro ore, presso il 7° Battaglione Autonomo Mobilitato, nella città di Napoli. Da qui ebbero destinazione Santa Maura (isola di Lefkas), rientrante nell'arcipelago ionico della Grecia, insieme a Cefalonia, Corfù, Zante, giusto per intenderci.

Una volta arrivato in Grecia, prima di raggiungere la sede definitiva, tra il termine di un viaggio e l'inizio di un altro, Giuseppe Volanti ha un incontro totalmente inaspettato: dopo tanti anni il suo cammino si incrocia di nuovo con quello del fratello, che non vedeva da tempo!

A Santa Maura il Volanti è "addetto al permesso del rilascio di materiale".

Il nostro, a tal punto, si è manifestato in tutta la sua vivacità e loquacità! Ormai è un fluire di ricordi, di emozioni, di persone ...

"I greci erano gentili con loro, nonostante fossero occupanti. Non hanno mai ricevuto azioni di sabotaggio e, se sparavano, ciò avveniva soltanto di giorno, mai di notte".

Vi era una convivenza quasi pacifica, senza grandi problemi di sorta ed i Carabinieri, che si erano sostituiti alla Gendarmeria locale, giorno dopo giorno, riuscirono a stringere rapporti di buon vicinato, a tratti anche amichevoli.

Diversi gli aneddoti a tal punto: dal pope che preparava la grappa e li invitava per un assaggino, alle botti di vino che arrivavano e che stazionavano in attesa del rilascio dell'autorizzazione per ripartire verso altra destinazione, e puntualmente ne sorseggiavano del contenuto con delle cannucce improvvisate.

Quindi si può dire che le giornate scorrevano quasi tranquille, finché non giunse la notizia della caduta di Mussolini. Tutti iniziarono a chiedersi cosa sarebbe successo e che disposizioni avrebbero ricevuto. Giunsero però all'8 settembre senza ragguagli in merito, ma iniziarono ad immaginare il futuro immediato quando, l'indomani, giunse un primo camion carico di soldati tedeschi, i cui ufficiali invitarono i pari grado italiani a consumare un pasto con loro.

Non appena gli ufficiali si assentarono, così i soldati italiani furono costretti a consegnare le armi leggere e automatiche, in effetti le uniche che avevano in dotazione (furono esclusi coloro che rappresentavano la forza pubblica, cioè carabinieri e finanzieri). Di fronte a questa sortita non ebbero neppure il tempo di reagire.

Ovviamente al termine del pranzo furono disarmati anche gli alti gradi, che non accettarono passivamente questa imposizione e mossero a ribellione, ad armi impari però. Durante la sommossa furono uccisi il colonnello di fanteria Ottalevi Mario e un artigliere e si registrarono molti feriti. Di fronte a raffiche di mitra e cannonate dovettero necessariamente arrendersi.

All'alba del 13 settembre ebbe inizio la marcia di evacuazione dall'isola di Santa Maura a Atene a piedi! Oltre quattrocento chilometri a piedi! Tranne per i feriti, che furono trasportati con dei camion.

Nella stazione di Gravia furono disarmati anche carabinieri e finanzieri.

Prima di partire da Gravia per Belgrado, ci fu un primo invito ad arruolarsi per la Repubblica Sociale. Tutti rifiutarono.

Volenti è uno dei seicentomila Internati Militari Italiani, che si rifiutarono di tornare in patria aderendo alla Repubblica Sociale, dando origine ad un'altra forma di Resistenza.

La definizione di Internati Militari non fu né casuale né formale, ma necessaria e sostanziale, perché serviva a distinguere i soldati italiani che sarebbero stati destinati ai campi Stalags o Flags, da altri prigionieri di guerra, ai quali sarebbero invece state applicate le norme di garanzia previste dalla Convenzione di Ginevra.

Da Belgrado furono poi usate navi fluviali, che seguirono il corso prima del Sava e poi quello del Danubio.

Una volta sbarcati a Vienna, il 10 ottobre, furono perquisiti e privati di tutti gli oggetti "che fanno immediatamente gola", dopo di che stipati su carri bestiame e "regolarmente chiusi per dodici ore, fino a Linz".

Ordunque Linz è la terza città più importante, turisticamente e paesaggisticamente, dell'Austria. Fu anche, però, uno dei centinaia di sottocampi che caratterizzavano il lager di Mauthausen. Il campo di Linz era, a sua volta, suddiviso in Linz I, Linz II e Linz III, relativamente al lavoro cui venivano schiavizzati i prigionieri, rispettivamente costruzione di strade, rifugi antiaerei e il terzo fonderie e centrali elettriche.

"Appena giunti a Linz fummo sottoposti a lavaggio e disinfezione, tutti insieme. Uomini e donne. Completamente nudi. Fummo costretti a spogliarci, lasciando i nostri abiti nello spogliatoio, assicurandoci che li avremmo trovati all'uscita. Li trovammo, sì, ma erano tutti camici o tute in cotone, tutti uguali".

Inoltre i prigionieri militari non furono più considerati tali, ma civili, per ferirli ulteriormente nella loro dignità. Gli internati però non dimenticarono né il grado né il rispetto reciproco.

Giuseppe Volanti è un tornado nel ricordare! Di tanto in tanto si ferma e sbuffa e , con fare rammaricato, esclama Non mi ricordo questo nome! In tal modo la platea sente quasi l'obbligo di intuirlo e quindi inizia a elargire suggerimenti più o meno attinenti al tema. Spesso il Volenti alza la mano e la sventaglia a mezz'aria, bocciando la proposta ... Finché non gli viene in mente, come una folgore. Si sofferma spesso sui particolari, ricordando i termini giusti, sia in greco sia in tedesco.

A Linz Donau, il Volanti fu assegnato al campo 22. Realizza subito che quell'area non è solo un grandissimo campo di concentramento e di smistamento, ma anche un nodo ferroviario, dove, col tempo, vede giungere a ripetizione vagoni pieni zeppi di persone che, una volta fatte scendere, non si sa che fine fanno. Oggi, noi, col senno del poi e gli studi condotti, lo possiamo solo immaginare.

L'arrivo a Linz dei nuovi prigionieri fu anticipato da un avviso pubblico con la dicitura: "CAMERATI LAVORATORI ITALIANI vi portiamo a conoscenza che nei prossimi giorni arriveranno a Linz dei prigionieri italiani. Questi devono essere trattati con leggi di guerra, perché come alleati ci hanno tradito, mettendosi dalla parte di Badoglio. Avvertiamo che per questa ragione è proibita qualsiasi relazione tra voi e questi prigionieri, inoltre non si devono avere conversazioni e neppure fare regali. Chi mancherà a questo regolamento, verrà severamente punito perché riconosciuto come sabotaggio", a firma del responsabile del campo Gez Walkerstefes.

A Linz il Volanti è costretto "a lavorare dodici ore al giorno, con due turni da fare entrambi: o dalle 6 del mattino alle 18, oppure viceversa, dalle 18 alle 6 del giorno dopo, senza sosta e senza alcuna forma di riposo o recupero". Inizialmente fu addetto alla cottura dei mattoni refrattari, poi agli alti forni dell'acciaieria Stalwerk.

In compenso ricevevano ogni giorno una brodaglia per pranzo e dovevano subire vessazioni continue, anche psicologiche, dal "crucco", come loro lo definirono, ossia l'austriaco che montava la guardia alla loro baracca.

Ogni giorno, per raggiungere la fabbrica, doveva oltrepassare un ponticello, che gli internati chiamavano "il ponte dei sospiri", perché sia all'andata sia al ritorno erano sottoposti a perquisizione, dopo aver esibito i documenti. Sì, infatti i prigionieri erano stati registrati presso un'anagrafe del campo, quindi dotati di passaporto e carta di identità, in cui oltre al nome e cognome, risultano il campo di appartenenza e la loro matricola di prigioniero, nel caso del Volanti N° 3010.

Queste le condizioni quotidiane. Per quanto riguarda il Volanti, furono aggravate dall'essere affetto da malaria e dall'essere stato oggetto di un infortunio sul lavoro. Durante il trasporto di un binario, nel depositarlo a terra, d'un tratto precipitava finendo rovinosamente sul suo piede sinistro.

Inoltre questo lungo periodo fu caratterizzato anche dai ripetuti interventi di commissioni, con figura di capitano di entrambe le nazionalità, tedesca e italiana, finalizzate ad arruolare uomini tra le fila della Repubblica Sociale, garantendo il rientro in Italia. Puntualmente queste commissioni ricevevano un rifiuto netto e generale da parte degli interpellati. Da qui derivavano nuove vessazioni e angherie.

Giuseppe Volanti, ritrovò la sua libertà dopo varie incursioni aeree e successivi bombardamenti, e l'arrivo degli Americani, per fare rientro definitivo in Italia il 19 giugno 1945.

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