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Cronaca

Anna Esposito non si è suicidata, sott'accusa il suo ex fidanzato

Scritto da (admin), mercoledì 17 settembre 2014 00:00:00

Ultimo aggiornamento mercoledì 17 settembre 2014 00:00:00

In gergo tecnico-giuridico lo chiamano “modello 21”. È il registro su cui i magistrati annotano le notizie di reato a carico di persone identificate. I pm della Procura di Potenza, Francesco Basentini e Valentina Santoro, giorni fa su quel registro hanno appuntato un nome. Ed accanto al nome il reato: “Omicidio volontario”. C’è un indagato nell’inchiesta sulla misteriosa morte di Anna Esposito, commissario cavese della Polizia di Stato.

Si scava nella vita privata della donna. L’indagato, infatti, è l’uomo con cui Anna aveva intrattenuto una relazione sentimentale finita male. Stando ai tabulati telefonici e ad alcune testimonianze, potrebbe essere - ma è quello che stanno cercando di accertare gli investigatori - l’ultima persona ad aver incontrato Anna ancora in vita.

Riparte dalla pista passionale, dunque, l’inchiesta sulla misteriosa morte della poliziotta, che fu trovata nel suo alloggio, nella caserma in via Lazio a Potenza, il 12 marzo 2001 con una cintura dei pantaloni intorno al collo. Il caso fu archiviato troppo in fretta, nonostante le falle investigative ed almeno quattro piste ancora da approfondire. Le impronte digitali che nessuno aveva mai cercato prima sulla cintura che le trovarono stretta al collo e la compatibilità della posizione del cadavere con la scena del crimine sono i nuovi elementi da cui un anno fa è ripartita l’indagine.

Il fascicolo è tornato a Potenza dalla Procura di Salerno, dove era approdato per sospetti collegamenti - poi esclusi (nonostante ci fossero molti aspetti ancora da chiarire) - con l’omicidio di Elisa Claps. Tra i documenti giudiziari c’è un’informativa della Squadra mobile di Potenza - all’epoca diretta dal vicequestore aggiunto Barbara Strappato - che chiedeva di poter indagare dopo la pubblicazione di un’inchiesta giornalistica della Gazzetta del Mezzogiorno che metteva in evidenza le contraddizioni della prima indagine.

Dopo 13 anni l’inchiesta - condotta dagli investigatori della Squadra mobile di Potenza - è ad una svolta. Anna coordinava l’ufficio della Digos. Il 12 marzo del 2001 i colleghi del commissario, alle 9 del mattino, sfondarono la porta del suo alloggio col sospetto che fosse accaduto qualcosa. «Di solito arrivava alle 8 ed era sempre puntuale in ufficio», spiegarono poi al magistrato. Era bastata un’ora di ritardo per allarmare chi la conosceva.

E bastò la dichiarazione di un sacerdote (sostenne di aver saputo che la poliziotta aveva già tentato il suicidio) per mandare il caso in archivio. «Fu suicidio», secondo la Procura. Nonostante i medici che effettuarono l’autopsia descrissero il suicidio come “atipico”, perché l’ansa di scorrimento del cinturone non si era posizionata sulla nuca, ma anteriormente (“sul lato destro del collo”), ed “incompleto”, perché era mancata la sospensione del corpo necessaria a permettere lo strozzamento. Nonostante in Procura sapessero che l’alloggio e l’ufficio del commissario erano stati rovistati da qualcuno. Nonostante dall’agenda del commissario fossero state strappate alcune pagine. E nonostante accanto al corpo esanime gli investigatori trovarono una penna, ma non un pezzo di carta. Anche sulla penna nessuno pensò mai di prendere le impronte digitali. Sono solo alcuni degli aspetti mai approfonditi. E poi c’erano quelle minacce di morte che qualcuno lasciava in Questura sulla sua scrivania. Ed una relazione d’amore turbolenta chiusa da poco.

Enzo è il papà di Anna. Non ha mai creduto alla storia del suicidio. «Come si può morire con una cintura lunga solo 93 centimetri a cui devono essere fatti i nodi alle due estremità?», si è chiesto Enzo nell’atto con cui ha chiesto alla Procura di Potenza l’approfondimento investigativo. Qualcuno aveva paura che Anna custodisse un segreto? E per questo ha cercato nel suo ufficio, a casa e nell’agenda? Sono venuti fuori i problemi di cuore. Si pensò anche a qualche rivale in amore. Era quella la direzione giusta? Oppure chi ha rovistato tra gli effetti personali del commissario Esposito cercava altro? Tutte domande a cui la prima inchiesta non ha risposto.

Anna aveva la pistola d’ordinanza. Ed è difficile credere che con un’arma a disposizione la poliziotta abbia preferito stringersi al collo la cintura della divisa. L’ipotesi è che sia stata strangolata e poi impiccata quando era già morta. È da qui che riparte l’inchiesta. Chi ha ucciso Anna e ha poi simulato l’impiccagione non può non aver lasciato tracce.

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