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Attualità

Storia e fede cavese nell'oblio

Scritto da (admin), martedì 12 giugno 2012 00:00:00

Ultimo aggiornamento martedì 12 giugno 2012 00:00:00

Obliare il passato è un atto doloroso per una comunità come la città di Cava de’Tirreni, che sino all’alba del ’900 ha suscitato tanta eco non solo nel Mezzogiorno italico! Non v’é nella nostra “bella Italia” un’altra popolazione che si sia visto tributare il titolo di Città sin dal 1394, peraltro da un Papa, che sia stata Città Regia dal 1432 all’unità d’Italia, Città Fedelissima dal 1460 in poi e Città Eucaristica dal 1656 ad oggi.

Vogliamo rimembrare anche che dal 22 settembre 1460 è stata esentata, non per pochi anni, dal pagare “gabelle” (le tasse, imposte, addizionali e contributi odierni), sia nel vendere e sia nell’acquistare, valevole in tutto il Regno di Napoli! Non cercatela, non la troverete! Il titolo di Città ci venne conferito il 7 agosto 1394 da Papa Bonifacio IX Tomacelli, mentre quello di Città Regia (ovvero demaniale, cioè alle dirette dipendenze della Casa regnante e quindi infeudabile) ci venne conferito il 10 luglio 1432 dalla Giovanna II Durazzo Regina del Regno di Napoli.

Il requisito di Città Fedelissima ci venne conferito il 4 settembre 1460 dal giovane Re Ferrante I d’Aragona, per lo spontaneo soccorso reso dai nostri progenitori nella “battaglia di Sarno”, contro il cugino e pretendente al trono di Napoli, Giovanni d’Angiò. L’attribuzione di Città Eucaristica (del pari alle 65 del Mondo) origina dal Miracolo Eucaristico che Dio nostro Padre, nell’autunno del 1656, compì a seguito della pia processione e benedizione eucaristica che Don Angelo Franco, ultimo dei quattro parroci (tre erano già morti di peste) della Parrocchia della Santissima Annunziata, officiò dal maniero di Sant’Adjutore.

Soffermandoci alla magnificenza d’essere questa “nostra Terra” Città Eucaristica, dopo aver letto il programma dei Festeggiamenti in Onore del Santissimo Sacramento del 1902 e 1936 (oggi evocati col semplice nomignolo di festa di castello), replicato il giovedì dell’ottava (giovedì seguente) del Corpus Domini sin dal 1657, ci viene spontaneo esporre alcune brevi riflessioni.

L’Ente Montecastello, anche per errori commessi nel passato, quando la volle titolare addirittura “sagra di monte castello”, non bastando l’appellativo di “festa di castello”, oggi si ritrova con un numero esiguo di soci questuanti, atteso che l’avvento dei giovani non ha consentito un cambio generazionale, visto che ai vertici permangono datate persone. I cavesi non sono più generosi come un tempo, poiché, dopo la festa della Santa Patrona, la Madonna dell’Olmo, questa dei Festeggiamenti in Onore del Santissimo Sacramento è l’unica occasione per rievocare l’eccezionale Miracolo Eucaristico, di cui beneficiò la nostra progenie, anche se ai partecipati sacri riti religiosi seguivano e seguono momenti ricreativi.

Le celebrazioni, per quanto noi ricordiamo, principiavano col Pontificale nel dì del Corpus Domini, officiato con la Santa Messa Vespertina da S.E. il Vescovo Alfredo Vozzi, al quale partecipava l’intera popolazione, tanto che l’allora Cattedrale (oggi Concattedrale) di Santa Maria della Visitazione, sede della Parrocchia di Sant’Adjutore, diveniva satura. Non mancavano mai tutte le autorità civili e militari cittadine. Subito dopo seguiva il rito della Santa Processione Eucaristica per le principali vie del Borgo. A tutti i balconi e finestre dell’itinerario, le nostre mamme fissavano le coperte più belle ed al passare del Sacro Ostensorio, retto dal Pastore della Diocesi, coperto dal “pallio”, con al seguito uno stuolo di sacerdoti, frati, suore, arciconfraternite e confraternite di tutte le Parrocchie, gruppi di preghiera e tanta, tanta devota gente, fra cui anche le autorità, noi fanciulli, nell’unirci al canto “t’adoriam ostia divina, t’adoriam ostia d’amor” ecc. ecc., lanciavamo petali di fiori, proseguendo poi con la recita delle giaculatorie “guidate” dalle nostre nonne.

Il giovedì seguente, nel primo pomeriggio, dinanzi alla Cattedrale s’incontravano i pistonieri, che non erano numerosi così come oggi e non erano ancora “divisi” in Casali, come gli sbandieratori non erano ancora stati “fondati” da Luca Barba. Una volta schierati, dal portone del Palazzo Vescovile usciva il Vescovo Vozzi con al seguito uno stuolo di sacerdoti. Questi, salito sul palco appositamente allestito per la bisogna, dopo una breve preghiera d’introduzione ed il solenne richiamo alla memoria dei partecipanti del Miracolo Eucaristico, officiava la benedizione ai pistonieri, fra le cui file si contavano decine e decine di donne del Distretto di Sant’Adjutore. I pistonieri si recavano poi dinanzi alla Chiesa di San Francesco e Sant’Antonio dove il “Padre Guardiano” impartiva loro una seconda benedizione.

Partiti alla volta del Convento di San Felice da Cantalice, i Frati Cappuccini li accoglievano con una terza santa benedizione. La marea di pistonieri, colpo di pistone dopo colpo di pistone, s’inerpicava per i sentieri che ascendono al Colle di Sant’Adjutore, ma tanti proseguivano per la strada carrabile, sino a giungere dinanzi alla Chiesa Parrocchiale della Santissima Annunziata ove partecipavano alla pia Processione Eucaristica, accompagnando il Sacro Ostensorio sino al terrazzo superiore del maniero, da dove il celebrante, rivolgendosi verso i quattro punti cardinali, impartiva la Santa Benedizione alla valle sottostante, proprio come fece Don Angelo Franco nel 1656.

Rientrata la processione nella “Chiesa dell’Annunziata” e trascorse alcune ore, iniziava lo spettacolo pirotecnico, che veniva seguito dai terrazzi delle abitazioni cittadine. Si pensi che un’abitazione che disponesse di un terrazzo o balconi, ma anche finestre, che “affacciassero” verso il Colle di Sant’Adjutore aveva un maggiore valore rispetto ad altra che non avevano tale requisito. Oggi, nostro malgrado, assistiamo ad una vera e propria distanza dal Miracolo Eucaristico, poiché vediamo una predilezione a quanto viene svolto a margine. Parliamo della scarsa partecipazione al Pontificale, come alla processione del Corpus Domini, anzi nel mentre passa il Corpo di Cristo, fattosi carne nell’Ostia consacrata, vediamo persone comodamente sedute dinanzi ai bar o intorno alla fontana dei delfini o addirittura conversare fra loro, se non intente a fare altro, come se non stesse passando nessuno!

Alla benedizione dei pistonieri non vediamo più l’altare sul sacrato della “Chiesa madre” di Cava de’Tirreni e non vediamo più il panno rosso con al centro un grande Ostensorio ricamato, cosa che per lunghi anni è affiorato alle spalle del celebrante, come avveniva negli anni dal ‘70 al ‘90. Oggi l’Arcivescono Soricelli è assistito dal solo Parroco di Sant’Adjutore, Don Rosario Sessa, e non attorniato da più Ministri della Chiesa come un tempo, neanche tanto lontano. Anche il clero, a nostro sommesso avviso, onde far ritornare al centro dei Festeggiamenti in Onore del Santissimo Sacramento il Miracolo Eucaristico, avvenuto 356 anni or sono, deve poter dare una “svegliatina” al sopore che annebbia i cuori e le menti dei cristiani cavesi.

Come? S.E. l’Arcivescovo, nel mentre impartisce la Santa Benedizione dal castello di Sant’Adjutore, per disposizioni da lui impartite in precedenza, dovrebbe richiedere ai Parroci della Diocesi di Cava de’Tirreni di tenere aperte le Chiese, esporre l’Ostensorio al centro dell’altare maggiore e suonare i “sacri bronzi” a festa. Gli stessi parroci, sin dal dì dell’Ascensione di Nostro Signore, come nel giorno di Pentecoste e nei giorni a seguire, dovrebbero incentrare le omelie sul Miracolo Eucaristico del 1656, rimembrando al popolo fedele di Dio il Miracolo Eucaristico. Lo sparo dei fuochi artificiali, come il consumare pastiere di maccheroni, soppressate, milza cotta nell’aceto e vino, melanzane al cioccolato, ciliegie e buon vino, devono essere scacciate in second’ordine.

Livio Trapanese

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