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Attualità

Sigilli alle coop di S. Cesareo, deciderà il Riesame

Scritto da (admin), giovedì 11 marzo 2004 00:00:00

Ultimo aggiornamento giovedì 11 marzo 2004 00:00:00

Hanno annunciato di voler esibire un documento esclusivo, non ancora in possesso della Procura. Si tratterebbe di un'autorizzazione, datata 2003, rilasciata dalla Soprintendenza, che, attestando il ritrovamento di resti di un acquedotto e di mura romane di rilevante valore archeologico, autorizzerebbe la realizzazione di lavori di messa in sicurezza. È stato presentato in queste ore dall'avvocato Giovanni Del Vecchio, legale del rappresentante della "Liarosa", Franco Tei (indagato insieme a Pasquale Pellegrino, rappresentante legale della cooperativa "Eden", ed al direttore dei lavori, Rodolfo Matrisciano, nell'inchiesta per gli immobili in costruzione nella zona di San Cesareo), il ricorso al Tribunale del Riesame contro il provvedimento di sequestro e conseguente iscrizione nel registro degli indagati disposti dal Gip Attilio Orio. Secondo i difensori della ditta "Liarosa", quei reperti sarebbero già stati scoperti da tempo e segnalati alle autorità competenti. A confermarlo - lo annuncia l'avvocato Del Vecchio - ci sarebbe un documento non ancora in possesso della Procura, con il quale la Soprintendenza autorizzerebbe lavori di messa in sicurezza della zona proprio per preservare i beni archeologici ritrovati. Di tutt'altro tenore l'impianto dell'accusa. I fatti si riferiscono ai primi giorni di marzo, quando fu eseguito il sequestro preventivo su richiesta del sostituto procuratore Angelo Frattini, titolare dell'inchiesta. Il provvedimento fu adottato per bloccare lo svolgimento dei lavori ed evitare ulteriori danni, oltre a quelli già prodotti nell'area, dove due cooperative, "Eden" e "Liarosa", stavano procedendo ad una vasta lottizzazione. Contestuale al sequestro ci fu l'iscrizione nel registro degli indagati dei due rappresentati legali delle ditte e del direttore dei lavori. A loro è stata contestata la violazione delle disposizioni contenute nel decreto legislativo 490/99, sia per aver realizzato l'opera senza la presenza di un'autorizzazione scritta della Soprintendenza archeologica, sia per non aver denunciato la scoperta dei reperti entro 24 ore dai lavori di scavo che hanno portato al ritrovamento. A questo si è aggiunto il reato previsto dal Codice Penale per aver danneggiato beni di valore archeologico. A far scoppiare il caso è stata la stessa Soprintendenza, che si è rivolta alla Procura denunciando con prove fotografiche l'azione delle ruspe selvagge contro i resti di un acquedotto romano e di mura di inestimabile valore archeologico.

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