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Attualità

Mamma Lucia, per non dimenticare...

Scritto da (admin), venerdì 28 dicembre 2012 00:00:00

Ultimo aggiornamento venerdì 28 dicembre 2012 00:00:00

Perché l’opera di una “santa donna”, distratti dagli affanni quotidiani, non scivoli nell’oblio, rimembriamo ai contemporanei che alle 2 del mattino del 18 novembre 1887, 125 anni o 25 lustri or sono, nell’abitazione di famiglia della Frazione di Sant’Arcangelo, la 38enne Maria Carmela Palumbo, moglie del 42enne Francesco Pisapia, commerciante di legname, diede alla luce Maria Lucia, la 7ª ed ultima figlia, che il Prof. Don Giuseppe Trezza, Canonico del Capitolo Cattedrale cavese, all’indomani del secondo conflitto mondiale, appellò “Mamma Lucia”. Prima di lei, i coniugi Pisapia-Palumbo, dal 1871 al 1885, con cadenza quasi biennale, avevano messo al mondo Gaetana, Felice, Marina, Maria Grazia, Filomena, Michele e Pietro.

Maria Lucia fu battezzata lo stesso giorno della nascita da Don Domenico Della Corte, Parroco di Sant’Arcangelo, e la madrina, come era uso del tempo, fu l’ostetrica: Maddalena Senatore. Il 7 ottobre 1889, dopo la morte del fratello Pietro, avvenuta il 20 febbraio 1886, anche la madre morì e per il papà Francesco la vita familiare divenne non facile, poiché tutto gravava “sulle spalle” della primogenita, la 18enne Gaetana. Francesco Apicella, il 15 maggio 1890, sposò Maria Sofia Palumbo, la sorella più giovane della defunta consorte, dalla quale ebbe altri 5 figli. La piccola Maria Lucia, che sin dai primi giorni venne chiamata Lucia, frequentò sino alla 3ª elementare, trascorrendo il tempo libero al telaio di famiglia (50 metri di tela venivano pagati 5 lire), in ospedale ed in chiesa.

Per dovere di cronaca ricordiamo che il 31 dicembre 1899, quando Lucia aveva solo 12 anni, su Cava de’Tirreni s’abbatté un nubifragio che cagionò numerose vittime. All’età di 25 anni, il 18 aprile 1912, Lucia sposò Carlo Apicella, commerciante di frutta secca, e dal matrimonio nacquero due figli: Vincenzo ed Antonio. Con l’avvento della “grande guerra” (1915-’18) anche Carlo diede il suo contributo alla Patria e quando ritornò dalla sua Lucia erano evidenti le invalidità dovute dalle gravi ferite subite. Trascorsero gli anni e l’8 settembre 1943, sebbene lo sbarco degli alleati da Agropoli a Maiori avesse già falciato molte vite, il popolo cavese si riversò nella Basilica Minore Pontificia della Madonna dell’Olmo per impetrare la “Mamma dell’umanità” affinché risparmiasse altre vite e distruzioni, come era avvenuto per il Palazzo Vescovile di piazza Vittorio Emanuele III.

Solamente il 28 settembre 1943, dopo 20 giorni dal dì dello sbarco, Cava de’Tirreni fu liberata dai tedeschi. Pochi sanno che la mattina del 9 settembre una pattuglia inglese aveva occupato il cinquecentesco (1564) ponte di San Francesco, ripiegando, non sappiamo per quale motivo, presso il comando in Salerno, lasciando campo libero ai teutonici per altri 20 giorni, consentendo anche che un ufficiale germanico, raggiunto il Cenobio benedettino al Corpo di Cava il 17 settembre, traesse in “arresto” il Vescovo di Cava de’Tirreni-Sarno, Mons. Francesco Marchesani, ospite dell’Abbazia della Santissima Trinità, e l’Abate Padre Ildefonso Rea. I Prelati ritornarono a Cava de’Tirreni il 3 ottobre 1943. Anche Maria Lucia, Francesco ed i loro figli, a causa dei bombardamenti, come quasi tutta la popolazione del Borgo, lasciarono l’abitazione posta vicino alla Chiesa di San Rocco, per “sfollare” nella Frazione di Sant’Arcangelo, ove dimorarono presso parenti. Fra il folto elenco dei morti cavesi, non possiamo esimerci dal rimembrare tre eventi che tanto segnarono la comunità cittadina. La mattina del 20 settembre 1943, bombardamenti durante, Palmina Castello, a soli due anni, fu falciata nel retro dell’abitazione paterna di via Vincenzo Galise (la gradonata che collega la Frazione di San Pietro a quella della Santissima Annunziata), raggiungendo il papà in cielo, il 28enne cavese Alfonso Castello (Sergente Maggiore del 15° Reggimento Fanteria), perito con tutti i suoi commilitoni il 21 giugno ’43, nella caserma “Umberto I” di Salerno. L’area di detta caserma divenne, nel tempo, la sede dell’UPIM.

Alla 10.30 del 23 settembre 1943, la 12enne Michelina Focarelli, Domenico Russo, Andrea Sarno, Pasquale Avella ed altri 9 concittadini persero la vita nel mai dimenticato “eccidio di Sant’Arcangelo”. Ancora in molti ricordano che un giovane carrista tedesco, nel condurre il mezzo blindato per la strada che porta alla piazzetta di Sant’Arcangelo, l’incagliò sotto l’arco. La gente del posto, presa da un’irrefrenabile ilarità, iniziò anche a gesticolare: l’alemanno, ritenendo d’essere “beffato”, non esitò dall’aprire il fuoco con la mitragliatrice di bordo, una strage che poteva essere evitata; ma non bastò la patita guerra, qualcos’altro stava per accadere! Dalle 5 alle 11 del 22 marzo 1944, su Cava de’Tirreni, come sull’agro nocerino-sarnese, piovve incessantemente cenere e lapilli; il Vesuvio si era risvegliato! Alle rovine, distruzioni e caos della guerra si aggiunse anche l’eruzione vulcanica, che per i contadini fu un’aggravarsi nell’opera di bonifica dei campi, poiché, nel rimuovere l’abbondante massa eruttiva potevano incappare nei molteplici ordigni bellici inesplosi.

Tutte le armi, bombe e munizioni, man mano che venivano rinvenute, venivano depositate nello spolettificio di San Giuseppe al Pozzo. A tal riguardo ricordiamo che domenica 9 settembre 2012, dopo 70 anni, l’Associazione ALEMA di Alessia, presieduta dal dinamico Mimmo Lambiase, nell’ambito del progetto “ALEMA 2013 - 70 anni dallo sbarco degli alleati a Salerno”, ai piedi del Colle di San Liberatore, un tempo detto Buturnino, tra le Frazioni di Alessia e Marini, ha ritrovato ben 8 bombe da mortaio in ottimo stato di conservazione. Dopo oltre un anno e mezzo da quel 28 settembre 1943, per il recupero dei resti dei soldati tedeschi, sparsi ogni dove, sia l’Esercito Italiano e sia la Prefettura di Salerno si dichiararono “incompetenti”, per cui l’onere ricadde sulla civica Amministrazione metelliana, allora retta dal Sindaco Pietro De Ciccio.

Tornando al “pellegrinaggio d’amore e di pietà cristiana” di Maria Lucia Pisapia Apicella, nota, come abbiamo detto, col diminutivo di “Mamma Lucia”, segnaliamo che questo ebbe inizio il 16 luglio 1946. La pia donna, seguita dalla cugina Carmela Pisapia Matonti, recuperò in località “Pineta la Serra” i primi 13 cadaveri di soldati tedeschi. Mamma Lucia, qualche giorno prima del citato ritrovamento, sognò una radura con 8 croci abbandonate ed 8 soldati che le chiedevano: “se hai figli, tu ci devi consegnare alle nostre madri”. Alle 13 salme se ne aggiunsero 25 ritrovate ad Arcara, 18 a Santa Maria a Toro e 50 in un campo di patate di Montoro Inferiore. Il 31 dicembre 1946, ad esito della solenne celebrazione eucaristica, officiata dal Vescovo di Cava de’Tirreni e Sarno, Mons. Marchesani, cinto dall’intero Capitolo, da 400 prigionieri tedeschi, un manipolo di soldati inglesi, il Console germanico e le autorità civili e militari cittadine, ben 150 salme di soldati tedeschi, periti dall’8 al 28 settembre 1943, furono traslate dalla Cappella Votiva ai Caduti della Cattedrale di Sant’Adjutore a Napoli, Caserta e Roma. Mamma Lucia, al termine dell’esumazioni, all’invocazione “bell’i mamma”, aveva ridato il nome a circa 600 soldati tedeschi. Ebbe udienza dal Papa Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI. Papa Pio XII le conferì una preziosa medaglia d’argento.

Nel ’51, in Germania, Lucia ritirò la Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca e nel 1959 le fu conferita l’onorificenza di Commendatore della Repubblica italiana. La lodevole opera umanitaria svolta da Mamma Lucia e da sua cugina Carmela fu echeggiata dalla stampa locale e nazionale, come il Mattino, il Corriere di Napoli, il Castello, l’Osservatore Romano ed il Corriere della Sera. Anche il regista Franco Bernotti, della Report Film di Roma, per incarico della Neve Deutsche Wochens Chave d’Amburgo, girò un toccante cortometraggio. La samaritana buona o la briganta, erano due appellativi che nel contrapporsi confermavano la spiccata personalità di Mamma Lucia, come ci ha confermato Padre Francesco Antonio D’Ursi, era terziaria francescana, condizione spirituale conseguita dopo il percorso di fede conclusosi il 4 ottobre 1942, presso il Convento dei Frati Cappuccini di San Felice da Cantalice di Cava de’Tirreni. Nel mentre a Cava de’Tirreni, autorizzata dal Prefetto di Salerno, Mamma Lucia era l’unica ad esumare le salme dei soldati, per l’intera Nazione si dovette attendere la Legge 9 gennaio 1951, n. 204, perché si provvedesse al censimento e sistemazione delle salme dei militari e dei civili deceduti per causa della guerra svoltasi dal 10 giugno 1940 al 15 aprile 1946.

I resti dei caduti disseppelliti e riordinati in cassette di zinco, acquistate da Mamma Lucia (con i suoi soldi dallo stagnino Manfredo Manzo di via Alfonso Balzico - il vicolo della neve), furono dapprima sistemati nella Cappella Votiva della Cattedrale, eretta in onore dei 349 cavesi caduti nel corso della Prima Guerra Mondiale, poi in un angusto locale posto sotto la torre campanaria dello stesso Duomo e poi nella chiesa di San Giacomo, ove agli inizi degli ’50 vi erano ancora 70 urne. Mamma Lucia era costantemente presente in chiesa e tante erano le mamme che si univano a lei per la recita del Santo Rosario in onore della “mamma di tutte le mamme”: la Vergine Maria. Alle 19.35 di domenica 23 novembre 1980, quando la terra tremò, anche la secolare chiesa di San Giacomo al Borgo subì gravi ferite, tanto da divenire inagibile; questo fu un grande dolore per Mamma Lucia!

Quando alle 6 antimeridiane del 27 agosto 1982 si seppe della sua inattesa dipartita, avvenuta nel civico ospedale cittadino, la comunità di Cava de’Tirreni rimase sgomenta ed ai funerali si contò tanta gente comune, autorità e clero mai vista in analoghi riti funebri, anche di personalità cittadine. Nel 1983 il Maestro Franco Lorito, perché si facesse memoria dell’opera di Mamma Lucia, ebbe incarico dal Sindaco Andrea Angrisani di realizzare un busto bronzeo perché fosse custodito nel Palazzo di Città, assieme ad altri raffiguranti l’eccellenza socio-economica e politica cavese.

Nel corso del sindacato dell’avv. Alfredo Messina, su iniziativa del dr. Raffaele Senatore, quand’era Direttore dell’Azienda di Soggiorno e Turismo cavese, sul sagrato della Chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo e delle Anime del Purgatorio, in volgare la chiesa del Purgatorio, eseguito da Ugo Marano, si scoprì il “monumentino a Mamma Lucia”. Un bassorilievo realizzato con marmi di Carrara che, per numerosi cavesi (fra cui noi, sin dal primo istante), non esprime la grandezza della missione terrena svolta da Mamma Lucia verso tanti “figl’i mamma”, essendo divenuto, sin dai primi giorni, non solo una panchina, ma “posto di degustazione” per gli avventori dei limitrofi bar-caffè e locali pubblici di gastronomia; quando erano ben altri i propositi del dr. Raffaele Senatore. Peccato!

Livio Trapanese

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