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Attualità

Cava de' Tirreni: la Festa di Montecastello, tra tradizioni e folklore

Ieri, al Comune metelliano, approfondimento storico sugli eventi accaduti 362 anni fa

Scritto da (redazioneip), martedì 15 maggio 2018 12:46:47

Ultimo aggiornamento martedì 15 maggio 2018 12:46:47

«E' stata una delle pagine più tristi della storia cavese. Seimilatrecento vittime tra cui oltre duecento prelati. Una comunità falcidiata e in ginocchio, soltanto alcune zone come Vietri e Cetara furono interessate dal fenomeno in maniera meno grave». Questo e tanto altro è stato detto al convegno che si è svolto al Comune di Cava de' Tirreni, nella Sala consiliare, ieri sera nel corso di un convegno dal titolo "La Festa di Montecastello - fra identità e religione".

In una salone gremito di cittadini accorsi ad ascoltare della festività più amata dalla comunità metelliana, è stata fatta un'approfondita riflessione storica su di un evento accaduto trecentosessantadue anni fa e che ancora oggi viene celebrato ogni anno.

A parlare dei fatti della peste del 1656, delle tradizioni e del folclore che si sono consolidati nei secoli e della grande testimonianza di fede dei cavesi che ininterrottamente da oltre tre secoli, nell'ottava del Corpus Domini, ringraziano il Signore e invocano che la Sua mano protegga sempre i cittadini della vallata, erano: il sindaco Vincenzo Servalli, l'Arcivescovo Mons. Orazio Soricelli, il presidente dell'Ente Monte Castello, Mario Sparano, lo storico Gianluca Cicco, la responsabile dell'archivio storico comunale, Beatrice Sparano e il docente universitario Giuseppe Foscari.

I fatti esaminati partono dalla diffusione della pandemia della peste, causata dal batterio Yersinia pestis, in quello che è stato definito un anno infaustissimo. La peste arrivò in Spagna, trasportata da un bastimento proveniente da Algeri. Il contagio iniziò a diffondersi in Valenza, giunse in Catalogna e arrivò più tardi in Sardegna, quartier generale delle truppe del vicerè di Napoli. Una delle navi infette partì dall'isola e, via Civitavecchia, attraccò al porto di Napoli. Era il 1656. Dapprincipio il vicerè, Garcia de Avellanada, decise che la questione doveva restare segreta e la popolazione fu tenuta all'oscuro di tutto. Ma presto non ci fu più nulla da nascondere. La peste viaggiò veloce tra la popolazione che cadde in preda all'isteria. Qualcuno vide nel contagio una punizione divina con la quale il Padreterno puniva la popolazione per la sommossa di Masaniello; altri incolpano per gli stessi motivi, il governo spagnolo, reo di aver diffuso la malattia attraverso della lana pestifera proveniente dall'Africa, dandola a filare alle donne della plebe, per decimare e svigorire con un contagio mortalissimo un popolo irrequieto e rivoltoso.

Gli uomini del vicerè misero in giro la voce che i responsabili del contagio sarebbero stati i francesi che, per ordine di Enrico II Duca di Guisa, avrebbero preso a spargere per la città polveri velenose, nei cibi, nelle acquasantiere, sulle monete.

A Napoli si contavano ormai duemila, tremila, nel periodo più acuto fino a cinquemila vittime al giorno. Le scene descritte dai cronisti dell'epoca sono agghiaccianti e vanno oltre ogni possibile immaginazione. La gente vagava senza meta per quella che era, ormai, una città fantasma. Coloro che avevano ancora la forza, abbandonarono la capitale nell'illusione di trovare ricovero nelle altre città del regno. E fu così che si ebbero i primi contagi anche a Cava de' Tirreni. Il primo ufficialmente dichiarato avvenne il 5 giugno.

Tra le tante testimonianze dell'epoca raccolte e svelate durante il convegno , anche quella che parla di un prete di Amalfi che prima di impartire la comunione agli ammalati si cospargeva di aceto, indossavaun abito cerato e poi dava l'ostia sulla cima di un'asta.

Poi Don Angelo Franco, l'unico superstite dei quattro parroci della Santissima Annunziata, con solo poche donne, giunto sul terrazzo superiore del Castello di Sant'Adjutore e posizionatosi nei quattro punti cardinali, impartì la Santa benedizione alla popolazione della valle. Da quel momento la peste finì di prorogarsi, cessò e dal dicembre dello stesso anno non si contarono più vittime. Nessun documento, però, attesta il miracolo eucaristico avvenuto sul Monte. Da dove deriva, dunque, la tradizione? Durante il convegno, che ha analizzato lo svilupparsi della tradizione attraverso i secoli, è stato detto che l'unica a parlare di carteggi riguardanti il fatto è stata la principessa Marianna Muscettola di Villa nel 1883, mentre era in villeggiatura a Cava durante il periodo della "Festa di Castello" (questo il nome della rievocazione che si è tramandato fino ai giorni nostri). Della Benedizione dei Trombonieri in piazza Duomo si comincia a far menzione a partire da fine ‘800.

Quello che è emerso da questo interessante simposio è che vi sono numerosi documenti la cui fondatezza storica è accertata a comprovare il radicamento nei secoli della fede, della devozione e dell'attaccamento alla storia della propria città. Dopo trecentosessantadue anni la cittadinanza cavese ancora risponde in massa, ogni anno al richiamo del ricordo di quei giorni densi di disperazione e di speranza. E anche questo è un piccolo miracolo.

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