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Attualità

"Abbasce ‘e ffemmene!", leggenda o realtà?

Scritto da (admin), martedì 9 agosto 2011 00:00:00

Ultimo aggiornamento martedì 9 agosto 2011 00:00:00

Per conoscere se le due versioni dell’adagio, abbasce ‘e ffemmene ovvero ‘e ffemmene abbasce, nascano da una leggenda o siano l’eco di un evento realmente accaduto nel lontano passato, dobbiamo riferirci ai Festeggiamenti in Onore del Santissimo Sacramento, che lo popolo de La Cava (col Regio Decreto n. 935 del 23 Ottobre 1862 denominata Cava de’Tirreni) replica sin dal 1657, per rievocare il Miracolo Eucaristico che determinò la cessazione della peste bubbonica, sbarcata, l’anno precedente, nel porto di Napoli da quaranta soldati spagnoli provenienti dalla Spagna e poi dalla Sardegna, a quel tempo anch’essa parte del Regno di Napoli.

Gli antichi detti si riferiscono alla pavoneggiante richiesta che un tempo gli uomini echeggiavano in direzione delle donne, affinché queste s’affrettassero a scendere dal Colle di Sant’Adjutore, per scongiurare l’annuvolarsi del cielo ed il principiare della pioggia; col conseguente impedimento dell’esecuzione della secolare pia Processione.
Gli uomini che stanziavano sul Colle, al calare della sera, nell’udire lo squillo di tromba che precedeva l’ordine dell’ammaina-bandiera, effettuata dai rappresentanti del Comitato Permanente di Montecastello (fino al 1950 scelti dalla municipalità cavese, fra le più esposte personalità cittadine), quasi formando un coro, urlavano: “abbasce ‘e ffemmene, abbasce ‘e ffemmene oppure ‘e femmene abbasce, ‘e femmene abbasce”!

La prima testimonianza della richiesta di allontanamento delle donne dal cono di Sant’Adjutore ci perviene dal Notaio cavese Filippo Della Monica, riportata in un suo manoscritto del 1765, custodito nell’archivio parrocchiale della Santissima Annunziata. Il rogante, per lasciare ai posteri la testimonianza dell’avvento della nefasta pestilenza, che non risparmiò il popolo della Città di Cava, fra l’altro, scrisse: “Fin dall’anno 1657, che questa Città della Cava, non men delle altre di questo Regno di Napoli, soffrì la memorabile strage del contagio (ndc. della peste) e vedova restò di molto novero di suoi naturali, fu indotto da’ RR. Parrochi (ndc. reverendi parroci), Maestri della Chiesa Parrocchiale della SS.ma Annunziata e Figliani Patrizii del Casale (ndc. signori), un lodevole costume, di celebrare una magnifica e divota Processione, all’imbrunir del cielo, all’ottava del Corpus Domini. Fan plauso, tratto tratto, le ordinate file de’sparatori (ndc. pistonieri) con di loro repliche scariche.…omissis… In questa sì tenera e lunga processione, secondo la diceria e fedeli tradizioni degl’antichi, com’altresì a’ nostri tempi, unquemai è accaduta una benché minima sorta d’inconveniente, soprattutto per la rimozione delle donne”.

Da quanto abbiamo letto, viene logico arguire che la richiesta dell’allontanamento delle donne dal sommo del Castrum Sanct’Adjutore origina da una tradizione antecedente il 1765. Altra testimonianza ci perviene da una giovane turista inglese, rimasta ignota, che dal 1850 al 1859 fu ospite della famiglia Orilia, nella villa sita in Via Antonio Orilia della nostra Città, forse figlia di un diplomatico britannico, accreditato alla Reale Corte di Napoli quando regnava Ferdinando II di Borbone.

Gli scritti dell’anglosassone, fedelmente tradotti dal cavese Federico Guida, ricordano che già da alcuni secoli, i preti, una volta l’anno, come stava accadendo quella sera, in pia processione salivano l’Ostensorio sino in cima al Colle di Sant’Adjutore. Raggiuntolo, si recavano prima nella chiesetta del secolare maniero e poi sul di lui terrazzo sovrastante, donde il celebrante impartiva la Santa Benedizione alla gente della “Valle Metelliana”. Apprese pure che: “…per tutta la giornata e la notte vengono sparati i pistoni … omissis …”. La turista, in detta occasione, non poté annotare cosa fece il clero sull’altura, poiché: “… al tramonto tutte le donne furono fatte scendere dal monte e dai suoi paraggi…”, ma non mancò di osservare, seppur da lontano, la luce emanata dalle torce, tenute dagli uomini che ascesero e discesero il colle, non esimendosi dall’inveire contro quei gotici sistemi.

L’Avvocato Domenico (Mimì) Apicella, in una pagina de il Castello del 1967, tra l’altro, scrisse: “…sono le ore 18 e la tromba dà un segnale speciale, la bandiera è ammainata ed i ragazzi allegri e maliziosi per il privilegio di essere maschi, gridano a squarciagola: abbasce ‘e femmene, abbasce ‘e femmene o ‘e femmene abbasce, ‘e femmene abbasce, per indicare che era giunto il momento che le donne lasciassero il Castello di Sant’Adiutore, come vuole una tradizione, per scongiurare una possibile pioggia”. Proseguì l’Avvocato Apicella: “…Don Vincenzo Accarino raccontava che tanti anni fa, una donna, l’acquaiola, tardò a scendere dal Colle perché intenta a rimuovere la propria baracca. Il cielo si oscurò ed una fitta nebbia coprì la Città. Don Vincenzo, accortosi della presenza della donna, la fece scendere dal colle e subito il tempo si rimise a bello”.

Le testimonianze qui sintetizzate c’impongono di risolvere il seguente dilemma: gli antichi adagi in discussione sono frutto di una leggenda o sono testimonianza di acclarata realtà? Noi, ad eccezione del racconto di don Vincenzo Accarino, persona stimabilissima, non avendo mai letto scritti che testimoniano:
- avverse condizioni atmosferiche che abbiano impedito l’esecuzione della processione serotina in argomento, eseguita dal 1657, nel giorno del giovedì dell’ottava del Corpus Domini, per la presenza di donne sul Colle di Sant’Adjutore;
- altri reali eventi che abbiano potuto dare origine alla citata tradizione;
senza indugiare, propendiamo nel definire che la tradizionale espressione è frutto di una leggenda.

Vogliamo ricordare che fino agli anni ’50, il cono su cui si erge il Castrum Sanct’Adjutore, fatta eccezione per i pochi secolari pini marini, tutt’oggi colà svettanti alle falde del maniero, era completamente spoglio di alberi. Si rilevavano arbusti o altre piante d’ogni specie, definite “macchia mediterranea”, per cui non si può neanche pensare che gli antichi adagi “e femmene abbasce o abbasce ‘e ffemmene” volessero essere il rimedio per scongiurare peccaminosi incontri segreti fra giovani fidanzati, atteso che i costumi del tempo non consentivano alle fanciulle di uscire di casa da sole o, ancor meno, permanere in luoghi isolati e bui senza avere al seguito la coda (la madre, la sorella minore, la cugina, etc.), fatta salva l’accondiscendenza della comare di turno che si prestava ad assolvere l’incombenza.

Stante la parità di diritti-doveri che ancor prima del 1968 accomuna le donne agli uomini, noi siamo ben lieti di constatare che gli adagi “e femmene abbasce o abbasce ‘e ffemmene” siano stati relegati nei più profondi meandri della memoria maschile, visto che da decenni non odiamo più le indicate fastidiose espressioni, quando il giovedì dell’ottava del Corpus Domini, fermi lungo i sentieri che recano al maniero, assieme a molti altri veterani sparatori, accogliamo, con repliche di spari di pistoni, il Sacro Ostensorio, accompagnato da salmodie e dall’invocante Te Deum, recitati dai tanti fedeli al seguito (uomini e donne insieme), guidati dal Pastore dell’Arcidiocesi e dal clero locale. Con la scomparsa degli adagi in argomento la comunità cavese non ne ha tratto alcun nocumento storico, anzi ha palesato la volontà di non condividere talune arcane congetture, che certamente non sarebbero state d’ausilio al progredire della storia, del folklore, delle tradizioni religiose e della cultura cittadina.

Concludiamo questo scritto con un fraterno, ma sofferto sprono: studiate o rispolverate la storia locale. Insieme possiamo apportare notevoli migliorie alle annuali rievocazioni storico-religiose. Il riferimento è rivolto ai Festeggiamenti in Onore del Santissimo Sacramento, replicati sin dal 1657, ed a quelli originati dai fatti d’arme verificatisi dal 1460 in poi; sin dal 1974 condensati, maldestramente, nella Disfida dei Trombonieri (sebbene non abbia retaggi storici), per vedere ferventi sostenitori:
- restare attratti dai soli fuochi pirotecnici e dal consumo di milze, soppressate, pastiere etc., nel corso del rinnovato Miracolo Eucaristico del 1656;
- del Casale a cui apparteniamo, rimanendo legati solo alle vicissitudini di quest’ultimi, nel mentre promuoviamo La Disfida dei Trombonieri, rimasta ignota oltre la Valle Metelliana.

Ogni cavese doc (il discendente del cavajuolo o cavoto d’un tempo) che dovesse disattendere la nostra esortazione, si senta destinatario morale delle responsabilità che fanno capo a tutti quei concittadini, del pari ai responsabili di Enti ed Istituzioni locali, nel vedere gl’indicati eventi non venire adeguatamente echeggiati ben oltre la Città di Cava de’Tirreni.

Livio Trapanese

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